La Santuzza, i babbaluci e la nuova “peste” da scacciare

Notti e ghiornu farìa sta via!

Viva Santa Rusulia!

Ogni passu ed ogni via!

Viva Santa Rusulia!

Ca nni scanza di morti ria!

Viva Santa Rusulia!

Ca nn’assisti n’a l’agunia!

Viva Santa Rusulia!

Virginedda gluriusa e pia,

Viva Santa Rusulia!

 

Nel lontano 1624, 398 anni fa, le reliquie della Santuzza sfilavano per la prima volta per le strade di Palermo e lì dove Rosalia passava, la peste veniva sconfitta.

Noi uomini illuminati del terzo millennio, invece, negli anni della nostra pestilenza abbiamo scelto di fermare il suo passaggio perché crediamo solo ai miracoli del passato. Non voglio assolutamente criticare la saggezza della scelta razionale, ma il mio cuore di credente non può fare a meno di chiedersi cosa sarebbe successo se avessimo scelto di far prevalere la fede sulla ratio. Non lo sapremo mai, ma sono felice che quest’anno il carro della Santuzza sia tornato a riempire le strade di gioia, condivisione e appartenenza.

Questa appartenenza, noi siciliani la sentiamo tanto anche e soprattutto nella nostra tradizione culinaria e non c’è festa che non sia caratterizzata da piatti tipici che diventano identità della celebrazione stessa e uniscono nei cuori e nei sorrisi tutti coloro che mangiano insieme godendo delle gioie del palato come di quelle dello spirito.

Il festino, ovviamente, è il trionfo dello street food perché è proprio lì per le strade che le persone festeggiano insieme la fine di una piaga e il ritorno alla vita e alla socialità. Con me tutto questo sfonda una porta aperta perché unisce tutte le cose che amo e in cui mi identifico di più: la fede, la rinascita dopo un periodo buio, la gioia della condivisione e il buon cibo, che apprezzo in tutte le sue forme, da quella ricercata degli chef stellati a quella popolare dei piatti tipici della nostra tradizione.

Amo tuffarmi in tutto questo, sentire le tradizioni ancora vive e presenti, vedere i miei conterranei appresso al carro trionfale – in cui quest’anno la Santuzza è apparsa come in un carillon – che mangiano di gusto:

Sfincione palermitano
Pulpu vugghiutu

U’ Sfinciuni, gustosissima focaccia alta condita con polpa di pomodoro, cipolla, acciughe, caciocavallo e pangrattato aromatizzato. Una delizia!

U’ Pulpu vugghiutu, polpo bollito, tagliato a pezzetti e servito al naturale per apprezzare appieno il sapore di mare;

U’ Scacciu, un mix di ceci e semi di zucca essiccati e salati, serviti nei classici coppi ci carta;

Scaccio
Muluni ghiacciatu

U’ muluni ghiacciatu, anguria fresca che dà sollievo dalla calura estiva e dal bagno di folla;

e, soprattutto, i BABBALUCI, lumache di terra saltate in padella con aglio e prezzemolo; buonissime anche nella variante rossa, con il cosiddetto picchiopacchio di pomodoro.

 

 

Da buongustaia e amante della conoscenza, oltre al classico cibo da strada, mi sono chiesta il perché dei babbaluci per il festino. Ho cercato notizie in merito, ma non ho trovato nulla, così mi sono fatta una teoria: il monte Pellegrino di Palermo, in cui sono stati trovati i resti della Santuzza, somiglia tanto al monte Colubrino di Carini, lì dove, dopo le prime piogge di fine estate, la gente andava proprio a raccogliere i babbaluci per cucinarli e mangiarli insieme alla famiglia, suculiando con passione ogni boccone. Così il cibo diventa una festa per il corpo, per l’anima e per il recupero del piacere di stare insieme e condividere momenti di gioia.

 

 

Con la mia tavola imbandita di tutti questi meravigliosi cibi tradizionali,

vi saluto e vi auguro buona cena.

Giusy

 

Viva Palermo e Santa Rusulia!



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